Se da anni i politici ci governano in maniera insoddisfacente, penso che la responsabilità maggiore sia di noi cittadini/elettori che, invece di giudicare l’operato dei nostri rappresentanti e poi decidere della loro eventuale riconferma, preferiamo ancorarci su ideologie in gran parte superate, ma ancora ben presenti nella nostra storia personale o di famiglia (comunisti o anticomunisti, fascisti o anti, cattolici e no, etc.) e su queste tradizioni bloccare le nostre scelte politiche e quindi il nostro voto.
La “mala gestio” derivante da questo blocco è sotto gli occhi di tutti, per cui le leggi sono fatte per qualcuno o per qualcosa, le tasse le pagano solo alcuni, le casse comuni dello Stato subiscono l’assalto dei più organizzati e i più deboli sono chiamati a ripagare un debito pubblico creato senza soddisfare i loro urgenti bisogni: in questa logica la classe dirigente – maggioranza o opposizione che sia - si sente elitaria e tende sempre più a chiudersi in sè stessa, favorendo gli scambi di favori tra amici e amici degli amici, impedendo qualsiasi ricambio generazionale e ridistribuendo il reddito prodotto nel Paese al di fuori di qualsiasi logica sociale e di sviluppo, ma orientandosi sempre più a soddisfare gli interessi dei propri appartenenti.Alcune cifre possono chiarirci meglio la situazione: in Italia la somma degli stipendi del lavoro dipendente raggiunge solo il 40% del Pil ( Prodotto interno lordo), mentre in Spagna, Francia, Germania e Regno Unito oscilla tra il 46 e il 55%: negli altri Paesi pertanto, la popolazione ha maggiori possibilità di risposta a quelle spinte inflazionistiche che – ancora una volta – solo in Italia raggiungono percentuali impressionanti e strozzano il ceto medio e le fasce più deboli.
Conseguentemente il Paese è generalmente impoverito, spaventato e diviso, ma alcuni però sono sempre più ricchi e sicuri di un futuro sottratto all’interesse generale.
Di fronte a questo stato di cose, credo che un cambiamento reale non possa provenire dagli attuali beneficiati, logicamente gelosi ed arroccati sulle proprie prerogative ed i conseguenti costi (vedi i libri e gli articoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), ma dai cittadini/elettori stessi che devono prendere atto dei loro sostanziali diritti e dei vantaggi di una gestione della cosa pubblica più attenta e più corretta.
Non possiamo quindi più dividerci tra berlusconiani ed anti, tra veltroniani ed anti e così via, ma dobbiamo decidere quale politica sia da scegliere per veder concretizzati quei principi di gestione dello Stato che siano di vantaggio per la comunità: insomma, una gestione che assomigli il più possibile alle altre democrazie europee occidentali, che si meravigliano non solo dei comportamenti dei nostri politici, ma soprattutto della indifferente sopportazione della popolazione italiana.
Per arrivare a questo, penso che si debba intraprendere una strada lunga e difficile, ma prima di tutto credo che ci dobbiamo chiarire alcuni fatti e alcuni concetti che, pur nella loro semplicità, si sono spesso aggrovigliati in rappresentazioni sfacciatamente di parte e anche fantasiose: ad esempio, “essere liberale” è fare quello che posso e voglio o è un concetto più evoluto e meno permissivo di quanto viene inteso a sensazione o volutamente interpretato?
Guardiamo prima di tutto i fatti.
Se osserviamo la crisi finanziaria in corso, possiamo constatare che quel mondo politico che si presenta oggi come salvatore dei nostri risparmi e tutore della nostra sicurezza economica, è lo stesso che negli ultimi 10 anni si è limitato ad osservare in silenzio le spregiudicate azioni di numerosi operatori finanziari, lasciando offrire a ignari cittadini obbligazioni inesigibili e altri fantasiosi prodotti della “finanza canaglia” che hanno distrutto la serenità di molte risparmiose famiglie italiane (es: Cirio, Parmalat, etc.).

Un esempio illuminante del conseguente risultato di questa assenza, ci viene dal Corriere della Sera del 2 ottobre scorso (Sergio Rizzo), dove si dice che “529 enti locali italiani, grandi e piccolissimi, sono arrivati ad usare 35 miliardi di euro di esposizione in derivati. La norma che ha fatto accedere gli enti locali alla roulette dei derivati è nell’articolo 41 della legge 448 del 2001: la prima finanziaria di Giulio Tremonti che doveva servire a migliorare la finanza locale. Peccato soltanto che sia stata usata in altro modo”.
E così, con l’indifferenza della politica e grazie ad alcune sue leggi i cittadini italiani sono stati colpiti nei loro risparmi, sia a livello personale che collettivo, perché sia chiaro che gli eventuali debiti degli enti locali (causati da amministratori incapaci di capire i prodotti che venivano loro suggeriti) saranno ripagati dai cittadini con ulteriori tasse.
Chiariti i fatti, posso passare ai concetti e mi viene da osservare che il mercato e i principi pseudo liberali sopra richiamati sono stati sbandierati fin quando i monopolisti e gli oligopolisti che ne erano portatori, hanno raggiunto i gangli della vita politica/economica del Paese, ma oggi – stabilizzatisi nelle stanze del potere – dalle stesse persone viene invocato un sano ritorno ad una politica dirigista e statalista che permetta al “loro Stato” di controllare la vita economica del Paese, continuare nel lucro di posizioni fortemente dominanti e favorire la difesa di qualsiasi tipo di interesse dell’establishment loro amico.
Un altro esempio di quanto affermo, si coglie nella nuova legge Marzano (Alitalia necesse est) che non solo assolve preventivamente il commissario da qualsiasi responsabilità possa incorrere nell’eseguire le indicazioni governative durante il suo incarico (ma un governo può lecitamente dare a un commissario delle indicazioni operative contro la legge ???), ma anche vanificava, con l’art. 7 bis, i più importanti processi per bancarotta: e così impuniti diventavano Tanzi , Cragnotti e tutti gli altri imputati di processi eccellenti che, con le loro operazioni finanziarie, avevano prosciugato i sudati risparmi di molti cittadini italiani (pensionati, operai, impiegati, etc.).
Dopo che una giornalista aveva scoperto l’esistenza di quell’emendamento, tutti si sono affrettati a prenderne le distanze (“non ne ero assolutamente a conoscenza” // “o via l’emendamento o via il ministro dell’Economia”), ma rimane il fatto che gli autori di quella assurdità democratica chiamata 7 bis sono stati eletti nelle liste del Pdl e, al Senato, dall’oppositore Pd non è stata formulata, al riguardo, alcuna eccezione o anche solo la più piccola rimostranza.
Del resto è ormai prassi consolidata che, in Italia, chi imbroglia non va in galera. “In America per i subprime, l’Fbi a giugno 2008 aveva arrestato 287 persone. Ma ve lo immaginate, da noi, 287 persone in manette per impicci finanziari? Verrebbe giù un diluvio garantista da annegarci tutti” (Gian Antonio Stella Corriere 15.10.2008)

Insomma, il giudizio sulla gestione politica del Paese è desolante.
Ci vorrebbe più etica, perché quanto è successo nel mondo delle finanza è in minima parte il prodotto di manager scorretti ed ingordi, ma è soprattutto la conseguenza della mancanza di regole che avrebbero dovuto disciplinarne l’attività in difesa del cittadino.
Ma è evidente che non potevamo avere regole efficaci per disciplinare l’attività finanziaria e lasciare al “libero mercato” tutte le altre iniziative economiche, politiche e sociali: la mancanza di regole, ma soprattutto la rottura di quelle esistenti e il loro superamento è stato un ben preciso obiettivo politico che ha permesso ai più ricchi, più potenti, più forti di ritagliarsi spazi sempre più privilegiati nella vita del Paese, la cui attività legislativa troppo spesso avvantaggia i singoli a scapito della collettività.
Se quanto detto ha un forte riferimento al centrodestra, devo dire che, in democrazia, spesso i comportamenti di una parte politica sono consequenziali all’azione dell’altra e – grazie al gioco democratico appunto – chi è stato destinato alla guida del Paese viene continuamente pungolato a migliorare la sua azione.
Se si pensa che una società costruita su scala gerarchica (premiare gli eletti, i più bravi o più forti, i più furbi, i più ricchi, etc.) sia esclusivo patrimonio del centrodestra italiano e che nel centrosinistra prevalga invece il concetto di un’organizzazione dello Stato con una distribuzione omogenea dei carichi e delle possibilità, dei doveri e dei diritti, in particolare di quelli fondamentali (cfr. Gherardo Colombo Sulle Regole), credo che si vada incontro ad una grossa delusione, perché il desiderio assoluto di “di essere vincente per sé e per il proprio orto” era presente in Turigliatto, che negava regolarmente il sostegno a Prodi, apparteneva a Mastella e a Dini, ma è stato possibile riscontrarlo anche nei comportamenti di Marini e D’Alema che si accordarono e si mossero per far cadere il I° governo Prodi e, più recentemente, in chi avrebbe voluto – da sinistra - che Napolitano non firmasse il “lodo Alfano”, nonostante che la Costituzione italiana non affidi al presidente della Repubblica le problematiche di costituzionalità, salvo i casi più appariscenti.
Ma questo prepotente desiderio è soprattutto evidente nell’attività di Walter Veltroni che – sempre per esempio - volle giocarsi le sue possibilità di vittoria elettorale affermando e riaffermano l’assoluta discontinuità della sua azione politica dal II° governo Prodi, fonte certa – a suo dire - di impopolarità e quindi fardello eccessivamente pesante da sopportare in competizione.
Vediamo, però, anche qui i fatti.
Come tutti sappiamo l’ultimo governo Prodi, nato il 17 giugno 2006, era sostenuto da una coalizione che aveva avuto mandato di governare l’Italia per mettere fine alla mala gestio del precedente governo (Berlusconi), che da un lato aveva portato il Paese sul limite del tracollo economico (certificato dall’apertura di una procedura per disavanzo eccessivo da parte della Commissione europea e dal giudizio negativo espresso da due delle maggiori società di rating, Standard & Poor’s e Moody’s), dall’altro aveva provocato, con i vari condoni, una netta frattura tra chi evade e può evadere le tasse e chi deve pagarle per tutti e, infine, aveva accentuato evidenti distorsioni sociali provocate dalla mancanza di leggi adeguate sul conflitto di interessi, sulla televisione, la giustizia, il precariato, etc.

Se, come primo riferimento, guardiamo ai dati economici, credo che poche finanziarie – rispetto a quelle del 2006 e del 2007 - abbiano fatto di più per arginare ed invertire il peggioramento dei conti pubblici: nel dettaglio il deficit 2007 si è abbassato all’1,9% del Pil contro il 4,2 del 2005, il debito pubblico nel 2007 si è fermato al 104% del Pil contro il 106,2 del 2005, l’avanzo primario è cresciuto al 3% contro lo 0 delle ultime fatiche tremontiane. E allora, dov’è questo abisso di impopolarità lasciato dal governo Prodi alla campagna elettorale del Pd in materia economica?
Sappiamo poi che con Prodi la pressione fiscale è salita al livello record del 43,3%, ma se guardiamo nel dettaglio, vediamo che, per gli interventi di quel governo, le tasse sono diminuite di 6 miliardi di euro nel 2007 e di 11 miliardi nel 2008 (bonus incapienti, cuneo fiscale, sconti sugli affitti, riduzione dell’Ici, etc.), mentre sono stati recuperati oltre 20 miliardi di euro di imponibile evaso. Per valutare con maggiore nitidezza la diversità di comportamenti governativi riguardo agli evasori, si può citare – come esempio - il famoso caso di Valentino Rossi che, indagato nel 2000, vede arrivare le prime risposte dagli uffici fiscali esteri nel 2003 e nel 2004 (governo Berlusconi) senza che ne derivino poi in Italia concrete azioni da parte governativa: le conseguenti attività istruttorie, infatti, sono state fatte nel 2006 e 2007 durante il governo Prodi, con il recupero di imposta che tutti i giornali hanno poi abbondantemente riportato. E’ ancora questo l’abisso di impopolarità lasciato dal governo Prodi alla campagna elettorale del Pd relativamente all’evasione fiscale?
Se guardiamo anche alla questione Alitalia, vediamo che per la prima volta in Italia un governo aveva rispettato la decisione di un consiglio di amministrazione, per cui finalmente il “partito dell’Azienda” aveva prevalso sul “partito dell’italianità” riproposto naturalmente da Berlusconi, i cui salvataggi però non nascono mai sotto una felice stella per i cittadini italiani: infatti e sempre per esempio, il salvataggio della Cit (storico marchio del turismo italiano) costò nel 2003 (governo Berlusconi) alle casse comuni degli italiani 260 milioni di euro, ma poi nel marzo del 2006 (sempre governo Berlusconi) la società finì comunque in amministrazione controllata. E’ forse qui l’abisso di impopolarità lasciato dal governo Prodi alla campagna elettorale del Pd relativamente all’uso del denaro pubblico?
Questi sono alcuni dati specifici che non mi sembravano richiedere – nella competizione elettorale - alcuna discontinuità politica, ma il problema di fondo è che nel centrosinistra, purtroppo, prevalgono personalismi spesso inadeguati al compito, per cui, piuttosto che lavorare nel gruppo dei sostenitori leali di un governo amico (per esempio di chi - due volte su due - ha battuto Berlusconi e gestito con sufficiente attenzione le problematiche della comunità), è meglio distinguersi come il numero uno di un’opposizione parlamentare tanto inutile quanto sopraffatta da una schiacciante maggioranza, che lavora sicuramente e logicamente nell’interesse di chi l’ha nominata.
Ed è così che, nel gennaio 2008, Veltroni volle affermare le proprie strategie politiche dichiarando - “urbi et orbi”- che alle prime elezioni politiche sarebbe andato da solo: è evidente che questa dichiarazione effettuata dal maggior rappresentante di uno dei partiti che costituivano la colonna portante della coalizione, non fu certamente un collante per una già complicata maggioranza, per cui Mastella si regolò di conseguenza per raggiungere un traguardo elettorale che, evidentemente, non era ambito solo da lui.
Chiarite le strategie passate, mi sembra di poter anche affermare che, nell’azione politica e nei comportamenti dei vari Veltroni, D’Alema, Rutelli, Marini, etc. non trovo nulla delle attese del loro elettorato di riferimento, tant’è che non ho memoria di alcuna azione loro o dei deputati loro collegati, quando, nel governo Prodi, la Gentiloni ammuffiva nelle Commissioni, come non ricordo alcuna loro accelerazione alla soluzione del conflitto di interessi che in Italia non è rappresentato dal solo Berlusconi o il loro urgente sostegno alle proposte del professor Ichino per risolvere il dualismo tra tempo indeterminato e lavoro flessibile, mentre tutti sappiamo che è stato approvato, da loro, un condono che non aveva alcuna logica giustificazione. E, ancora, perché hanno lasciato ai soli e tanto deprecati dipietristi la volontà di cancellare dall’ultimo “milleproroghe” il tentativo di concedere nuovamente i contributi figurativi (cioè contributi a carico di tutti cittadini e non del singolo) per le pensioni dei parlamentari e dei sindacalisti?
Quindi, i vertici politici dell’attuale Pd non solo non sono stati in grado di interpretare le attese della società che li aveva chiamati alla gestione del Paese, ma in realtà
scimmiottano – in maniera incompleta e insufficiente – la volontà di sultanato voluta e realizzata dall’ avversario politico che ha, però, il grande merito intrinseco di permettere appunto a qualcuno di assumere il ruolo di oppositore, ruolo - come abbiamo già visto - del tutto inefficace, ma comunque ben retribuito in denaro, immagini televisive ed interviste giornalistiche.La concreta conferma delle tesi esposte, la possiamo riscontrare nelle ancora recenti dichiarazioni - riportate dal Corriere della Sera il 7 settembre scorso - di Marini (“C’è l’esigenza di andare oltre un partito fru fru, con dirigenti autorevoli”) e di D’Alema (“Diamoci una mossa, Walter coinvolga me e Marini nel governo del partito”): non si critica cioè il presente per promuovere progetti politici più attenti alle necessità degli elettori, ma si propugna più semplicemente un coinvolgimento personale nell’attuale gestione del partito, per poter adeguatamente scalare - appunto - i gradini della personale vanità.
Ecco, ho cercato di rappresentare quello che vedo nella politica italiana, ma noi cittadini/elettori, invece di insistere su inutili appartenenze ideologiche (comunisti, fascisti, leghisti, cattolici, etc.) non potremmo difendere in maniera più appropriata i nostri diritti, ricercando una maggior etica prima di esprimere i nostri consensi politici, chiedendo maggiori requisiti morali per la leadership dei partiti e pretendendo un più diffuso senso civico nei nostri parlamentari?